| L’OIPA incontra Moni Ovadia.
(intervista di Massimo Comparotto)
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fotografia di maurizio buscarino © all right reserved
Scrittore, attore teatrale e musicista, Moni Ovadia, nasce a Plovdiv,
in Bulgaria nel 1946, da una famiglia ebraica. Sperimenta, con una
sua personale ricerca espressiva, il "teatro musicale"
che diventerà il suo punto di forza.
Si impone al grande pubblico con Oylem Goylem, una sorta di teatro
musicale in forma di cabaret.
Numerosi gli spettacoli teatrali di successo come Ballata di fine
millennio, così come i suoi libri: Perché no?, Speriamo
che tenga; L’ebreo che ride, Vai a te stesso, Contro l'idolatria.
Nel suo libro “Vai a te stesso” lei afferma:
“noi facciamo parte del regno animale, lo abbiamo dimenticato?
Condividiamo con i nostri infelici coinquilini di pianeta un tratto
essenziale del nostro destino. Noi e gli animali apparteniamo alla
vita e questa comune appartenenza ci dovrebbe vincolare a un sentimento
di condivisione e solidarietà nei confronti della loro natura
fragile. Resa fragile dalla protervia crudele del nostro comportamento”.
Di quali comportamenti crudeli dell’uomo nei confronti degli
animali Lei è ha conoscenza?
Un’infinità. Sappiamo come vengono trattati gli animali
domestici come i cani e i gatti per gli esperimenti di vivisezione:
la brutalità gratuita, il tenerli in condizioni spaventose,
creare loro sofferenza. Gli stessi animali di cui la gran parte
dell’umanità si nutre: sottoposti ad ogni forma di
brutalità, il considerarli solamente un organismo vivente
destinato ad una nutrizione mal sana e crudele. Gli orsi da cui
estrarre la bile per ragioni cosmetiche. I conigli usati con le
loro fragili membrane oculari per testare i farmaci. Sono infinite
le torture che vengono loro inflitte.
Per questo chiamo gli animali come i nostri infelici compagni di
strada, perché hanno l’uomo come compagno di strada.
Nei suoi libri è ricorrente il principio ebraico
(Talmud) secondo cui è fatto perentorio divieto tormentare
gli animali e, in particolare riguardo all’alimentazione,
che noi siamo quello che mangiamo. Lei è vegetariano?
Si. Ho fatto questa scelta di astenermi dal mangiar carne, anche
se viaggiando molto si incontrano a volte molte difficoltà.
La sua è una scelta etica?
E’ una scelta etica e dietetica insieme. Io credo che le due
cose non possano andare disgiunte. Ho un impressione vivissima delle
sofferenze degli animali. Mi causano un disagio immenso tutte le
volte che le penso o ne vengo a conoscenza. E Allora cerco in questo
modo di coinvolgere me stesso in una scelta etica.
Nel suo ultimo libro “Contro l’idolatria”
Lei termina il libro con un capitolo dal titolo: “L’etica
come arte culinaria”. Il divieto più perentorio dell’alimentazione
ebraica riguarda l’assoluta proibizione di cibarsi di sangue
“perché il sangue è la fonte della vita”.
La macellazione ebraica prevede il taglio della vena giugulare dell’animale
con un coltello affilatissimo al fine di eliminare tutto il sangue.
Secondo Lei all’origine del precetto (sia ebraico che islamico)
di “non cibarsi di sangue” non c’era forse l’intenzione
di dire “evitate di mangiare gli animali”?
Io credo che il canone biblico, e anche quello islamico, sono di
orientamento vegetarianista. E’ dopo il diluvio universale
che all’uomo viene consentito di cibarsi della carne. Perché,
a un essere vivente così violento con i propri simili, sembrava
troppo chiedere che si astenesse dal cibarsi di carne. E’
una sorta di cedimento alla brutalità dell’uomo da
parte dell’istanza etica universale. Le proibizioni ebraiche,
e in parte quelle islamiche, sono talmente ossessive sulla carne
che perlomeno dovrebbero scoraggiare qualsiasi ebreo dal mangiar
carne.
Esiste anche una linea vegetarianista rappresentata da un grande
maestro dell’ortodossia ebraica, Rav Kuk. Lui era vegetariano.
Il premio Nobel, Isaac Baschevis Singer, ha detto: “Nei
confronti degli animali tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka
dura in eterno”.
Come giudica questo paragone tra gli ebrei vittime dell’olocausto
e gli animali vittime quotidiane della crudeltà umana?
C’è sempre stata questa relazione: si parla sempre
dell’agnello sacrificale. Ci sono storie Khassidiche molto
frequenti sul fatto che una delle grandi occasioni perse, da parte
dei giusti, per far venire il messia, è stata quella di essere
indifferenti alle sofferenze degli animali.
Io credo che chiunque fa soffrire la vita, in qualche modo evoca
quel paradigma di violenza e di sofferenza su delle persone innocenti
e indifese.
Quindi trovo il paragone di Singer in qualche misura legittimo,
una giusta provocazione.
Nel libro “Vai a te stesso” dice che c’è
ancora oggi un ideale per il quale vale la pena vivere e se necessario
morire: la costruzione della fratellanza universale.
E’ troppo ottimistico, in un futuro, sperare anche in una
fratellanza tra l’uomo e gli altri animali?
Io credo che le utopie vadano difese. Al giorno d’oggi non
tolleriamo cose che un tempo erano considerate normali. Per esempio:
non saremmo disposti a tollerare di vedere un uomo ridotto in catene
e frustato perché lavori. Anche se forme di schiavitù
esistono ancora, la coscienza della stragrande maggioranza dell’umanità
non la tollera più. Certo, il cammino sarà molto lungo
perché l’essere umano è di dura cervice e troppi
esseri umani hanno il cuore duro.
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