Gli allevamenti di animali da pelliccia non considerano
minimamente le esigenze naturali dell'animale, puntando esclusivamente
all'ottenimento di un manto folto e di bell'aspetto. Gli animali
sono sottoposti a continuo stress, dovuto ad esempio alla mancanza
del rispetto della territorialità con conseguente aumento
degli atteggiamenti aggressivi.
Vivono in gabbie dalle dimensioni ridottissime, in cui anche il
pavimento è in rete per facilitare la pulizia. Sono costretti
a subire correnti d'aria e freddo, per favorire l'infoltirsi del
pelo e le femmine divengono spesso "macchine" forzate
alla riproduzione.
I metodi di soppressione in allevamento cambiano
a seconda delle dimensioni dell'animale. Nel caso di animali più
grossi, come le volpi, si usa l'elettricità infilando elettrodi
nell'ano e nella bocca, oppure un proiettile nella nuca, o il soffocamento
da gas.
Per gli animali di taglia più piccola, come i visoni, si
utilizza un colpo di martello sul muso, un chiodo conficcato nella
fronte oppure si annega l'animale precedentemente tramortito. Altri
metodi diffusi sono l'avvelenamento con stricnina e il soffocamento
con cloroformio.
Nel caso specifico delle pecore karakul la pelliccia
si ottiene facendo abortire le femmine a bastonate, due settimane
prima del parto e poi scuoiando i feti.
Le industrie conciarie, oltre allo smaltimento
dei liquami e dei cadaveri, già di per sé ovvio problema
ecologico, sconvolgono anche l'ecosistema a causa della scomparsa
di una specie o della presenza di animali al di fuori del loro luogo
di origine, provocato dall'uomo. Lince e lontra, per esempio, in
seguito al "prelevamento faunistico" versano in una situazione
critica in Europa e sono quasi del tutto scomparse in Italia. Senza
parlare della nutria che, importata dal Sud America, ha finito per
invadere moltissime delle nostre zone umide, entrando in competizione
con alcune specie locali.