| Chi in passato lo ha definito il
Dio del Sud ha bestemmiato.
Io ieri l’ho incontrato, vecchio, sporco,claudicante,tante
goccioline fetide gli colavano dal volto tumefatto dalla cattiveria,
odio, avidità , sete di soldi soldi soldi, pietra miliare
della sua perfida esistenza.
LUCIFERO, si era proprio lui, trasferitosi sulla terra dagli abissi
infuocati dove il magma fonde ogni elemento da cui potrebbe germogliare
vita, amore, pace, rispetto, speranza.
Padrone assoluto di duemila esseri viventi, da Dio creati a sua
immagine e somiglianza come tutto ciò che esiste sul pianeta
terra, e dal Cafasso incarcerati, denudati, seviziati, costretti
a perdere la propria identità di animali, parti integranti
dell’universo, compagni fedeli per l’eternità.
Per raggiungere questo girone infernale ho impiegato due ore di
viaggio, un tornante dopo l’altro, come sulle montagne russe,
mi sono inerpicata sulle colline che a strapiombo cadono sulla costa
cilentana, un’ altro mondo, ai confini della realtà,
recintata da teloni neri che nascondono l’orrore, ecco l’oasi
di ciotola, il rifugio di Cicerale, chilometri quadrati di bosco
trasformati in forni crematori d’estate e pozzanghere argillose
d’inverno, anche il prato verde ha smesso di esistere, si
è consumato ed estinto a causa dello strofinio con la cute
di centinaia-migliaia di cani transitati in quell’incubo,
non un abbaio ma un boato di latrati proveniva da tutta la collina,
una stradina che scendeva tortuosa mi portava all’ingresso
del gulag.
Bello l’ingresso, alberato con viottoli piastrellati in pietraviva,
qualche gabbia a cubo chiuso, ancora non arrugginita, corredate
da microcuccia e 4 – 5 - 6 cani di piccola taglia che saltellavano
come grilli, in verticale perché camminare in orizzontale
era impresa impossibile. Più avanti un numero imprecisato
di box in cemento di pochi metri quadri, chiusi da rete anche sulla
parte superiore, contenevano i cani della Legge Sirchia, quelli
pericolosi, li’ inscatolati per espiare le colpe dei balordi
umani padroni delle loro vite, decine e decine di Kalashnikov pronti
ad uccidere, dilaniare, massacrare qualsiasi cosa fosse vicina alle
proprie mandibole, l’odore dell’uomo scatenava in quei
molossi una reazione chimica capace di innescare un’atomica
tanto era l’odio che nutrivano nei confronti di chi li privava
anche dell’aria da respirare.
Lo scenario che si allargava nel bosco circostante creava nel mio
cuore inaudita sofferenza, per chilometri si estendevano fatiscenti
reticolati consumati dalle intemperie e dalle migliaia di denti
spezzatisi in quelle maglie di ferro alla ricerca della libertà,
si perdevano a vista d’occhio, quadrati irregolari scoscesi
in cui uno,due,cinque,dieci,venti,trenta cani, maschi con femmine,
alcune gravide, cuccioli con adulti, piccole taglie con cagnoni
enormi, scheletrici, sporchi, peli ammassati, sguardi assenti, bava
alla bocca, terrore gerarchico negli occhi, abbandonati alla morte
in angoli, crepacci o in quel che restava di cucce in cemento affossate
nella terra maleodorante, monchi, inebetiti, cani abbandonati dall’uomo
ma in questa circostanza anche da Dio.
L’area di calpestio dei recinti aveva, nella sua totalità,
una pendenza dell’80%, su di essa i cani si arrampicavano,
di un colore inesistente nella sfera ottica umana, sul suolo aleggiava
uno strato di polline misto a peli ed escrementi liofilizzatisi,
ogni zampata sollevava una nube di polvere fetida.
Dalla terra fuoriuscivano pietre appuntite, tronchi spezzati, tante
piccole escrescenze simili a mani che dal sottosuolo con movimenti
convulsi tentavano di avvinghiare e catturare quei dannati rinchiusi
in un luogo per il quale non sono stati creati ed in cui si dibattevano
come le anguille catturate per essere vendute. In questo scenario
spettrale un solo operaio, originario dei paesi dell’Est,
mezzo svestito, si affaccendava senza far nulla di utile, in un
baraccone un Veterinario, presumo, alle prese con bisturi operava
in dolce compagnia femminile, mentre, una ragazzina in abiti da
lavoro trasportava su di una carriòla, barella etnica, un
cane anestetizzato da rimettere nel branco, un Veterinario dell’ASL
competente per territorio giustificava l’alto tasso di mortalità
nella struttura dovuto a decessi per arresto cardiocircolatorio.
Dulcis in fundo in quattro gabbioni da trasporto sei nuovi randagi
appena arrivati nell’inferno da chissà quale Comune
pronto a pagare la retta giornaliera di 1 euro e 49 centesimi per
sempre, visto che dopo la microchippatura e lo smistamento nei recinti
nessun padrone andrà mai a controllarli come nessun pazzo
salirà mai su quella montagna per prendere in affido un cane,
è utopia .
Lo scopo della mia visita era un controllo (insieme a rappresentanti
di una Amministrazione Comunale) per accertare l’esistenza
in vita di 92 cani di un paese a 150 chilometri circa di distanza
dal campo di sterminio, le ultime fatture ne elencavano una quarantina,la
prima verifica sommaria ne dava 24 presenti ma il proprietario della
struttura non sapeva dove, in quale recinto della montagna, fra
gli oltre 2000 cani si trovassero, “era necessaria una ricerca
che richiedeva tre o quattro giorni, fissare un appuntamento”,
rifare il viaggio e sperare di trovare in loco fisicamente il proprietario,
“altrimenti nella galera nessuno vi permetterà di accedere”.
Dopo solo 15 minuti di visita guidata eravamo già fuori al
cancello.
Mi capita ogni qualvolta che oltrepasso i cancelli di un lager di
non dormire per notti e notti, mi riprometto ogni volta di smetterla
di aiutare gli indifesi, imponendomi di vivere come fanno tutti.
Non ci riesco.
L’indifferenza assoluta dell’opinione pubblica è
la pena più dolorosa.
“Lontano dagli occhi lontano dal cuore”, è quanto
impera incosciamente nel tessuto sociale moderno, questo lo hanno
carpito i nuovi imprenditori aguzzini, mentre gli animalisti rincorrono
la cagnetta da sterilizzare che gli accalappiacani dell’ASL
non riescono a catturare, battibeccano con il cattivo detentore
del cane a catena corta, ergono barricate per bloccare furgoni carichi
di animali destinati alla vivisezione in Germania, Svizzera ed in
chissà quante altre parti del Mondo , si impegolano in questioni
di ordinaria quotidianità per strappare all’offesa
o alla morte uno, dieci, cento cani o gatti, mentre altri mille,
in quello stesso momento esalano l’ultimo respiro dopo giorni,
mesi di agonia e stenti in appartati ed isolati lager, regolarmente
autorizzati dall’Azienda Sanitaria Locale,mai controllati
dagli Organi preposti alla vigilanza ed al rispetto dalla normativa
vigente in materia, laddove esiste un Comando o Stazione delle Forze
dell’Ordine che alla richiesta d’intervento per un controllo
non risponda “tale attività non rientra nelle nostre
competenze”.
Sono ogni giorno più convinta che in questi quindici anni
dal 1991, anno dell’entrata in vigore della Legge Nazionale
sul Randagismo, poco o nulla è stato fatto in termini di
concretezza per realmente tutelare gli animali d’affezione
e prevenire il fenomeno randagismo in Italia, terra, le cui comunità
stentano a recepire sia pubblicamente che privatamente il significato
del termine “benessere animale”, dove buona parte della
popolazione resta poco incline alla solidarietà e sensibilità
verso gli animali da compagnia, dimostrando intolleranza nei confronti
degli animali abbandonati, operando arbitraria giustizia sugli stessi
sterminandoli nei modi più raccapriccianti.
I miei occhi sono stati scelti dagli amici animalisti dell’UNA
di Pontecagnano per visitare con raziocinio, serietà, competenza
ed esperienza un rifugio ritenuto ineccepibile da molti Dottori
e Sapientoni, fasulli tutori del benessere animale, il mio modo
di vedere, sentire, recepire immagini e sensazioni non mi accomuna
a coloro che per prestigio e convenienza girano lo sguardo ed incassano
la ricompensa.
Perciò vi chiedo, in nome e per conto di quelle anime dannate,
GIUSTIZIA.
Angela Luongo, Presidente AIPA, Guardia Zoofila Regionale
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